La regolarizzazione dei migranti durante l’emergenza sanitaria

di Lucia Ferrari

Il tanto atteso e dibattuto Decreto Rilancio del 19 maggio 2020, “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID”, tocca con precisione numerosi aspetti delle sfide che ci troviamo ad affrontare in questo momento storico. Tra i tanti temi caldi e frutto di scontro, è tornata nel mirino (o forse non si è mai spostata) la questione dei migranti.

“Rimanete a casa”, “Mantenete distanze fisiche, anche in famiglia”, sono queste le frasi che abbiamo sentito, letto, risentito e riletto, sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, che oggi, soprattutto in alcuni contesti regionali, sembra essere così distante nel tempo. Frasi-monito, tanto incisive, chiare, imperative, quanto assurde e paradossali per tutti coloro che NON si trovano temporaneamente “obbligati” a rimanere in casa con qualche familiare o coinquilino in attesa di poter tornare al lavoro, ma vivono una condizione continuativa di precarietà e incertezza, di sospensione di prospettive per il futuro, nella speranza di poter regolarizzare la loro permanenza sul territorio, o che gli venga riconosciuta una qualche forma di protezione.

Ecco allora che questa emergenza ha fatto e fa riaffiorare problematiche già note che, quando non sono state ignorate, hanno visto solo soluzioni parziali, sempre di carattere emergenziale e pertanto mai incisive per un cambiamento effettivo. Proprio per questi aspetti, Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni, definisce quello italiano come un modello “implicito” di inclusione, in cui la presenza di immigrati è problematizzata e non voluta da alcuni, ma al contempo ormai avviata e necessaria.

Nel il DL Rilancio però, è stata finalmente inclusa, all’Articolo 103, la tanto dibattuta Sanatoria, fortemente voluta dalla ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova di Italia Viva e sostenuta da quella dell’interno Luciana Lamorgese (tecnico), dal ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano (Pd) e del lavoro Nunzia Catalfo (Movimento 5 stelle). Secondo alcuni studi della Fondazione Moressa¹, la misura riguarderebbe circa 500mila persone (200mila badanti e colf e 300mila lavoratori dell’agricoltura) e porterebbe 2,6 miliardi di euro all’anno nelle casse dello stato. La regolarizzazione è stata richiesta anche dalle associazioni di categoria degli agricoltori italiani, che temono di non poter svolgere il raccolto per via della mancanza di manodopera straniera.

Risulta difficile capire se l’intenzione alla base di questo provvedimento di regolarizzazione sia frutto di una riflessione maturata durante l’epidemia, che secondo il ritornello del periodo “ci ha cambiati in meglio e ha reso tutti più buoni”, o se sia piuttosto una piccola toppa cucita su vecchi stracci, guidata unicamente da interessi economici. “Qualcuno i pomodori li deve pur raccogliere”, e noi italiani non vogliamo certo trovarci a lavorare in condizioni disumane: il decreto prevede che la possibilità di regolarizzazione riguardi solo coloro che hanno svolto attività lavorativa o si trovano a stipulare un contratto all’interno di alcuni settori di attività ben definiti, in cui da anni ormai la forza lavoro immigrata è motore fondamentale, ovvero:

• Agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacultura e attività connesse;
• Assistenza alla persona per sé stessi o per componenti della propria famiglia;
• Lavoro domestico.

In questo provvedimento in particolare, due sono le vie perseguibili per avere accesso a un permesso di soggiorno: la prima strada (Comma 1) prevede che a presentare istanza per stipulare un contratto di lavoro subordinato con un cittadino straniero presente sul territorio nazionale sia il datore di lavoro stesso, e può riguardare sia rapporti di lavoro già in essere ma fino a quel momento irregolari, e in questo caso si parla di emersione, sia procedere con un’assunzione e di conseguenza una regolarizzazione attraverso un contratto ex novo. Quest’ultima modalità, differentemente dalle sanatorie passate, da un lato amplia, comprendendo la possibilità di definizione di un nuovo contratto di lavoro, la possibilità di rientrare nella regolarizzazione, dall’altro lato però vincola l’inserimento lavorativo ai soli settori di attività indicati nel decreto. Quando l’istanza viene presentata dal datore di lavoro, che deve essere cittadino italiano, europeo o titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo (PSUE), questo deve dimostrare di avere capacità reddituale sufficiente per farsi carico dell’assunzione e la domanda, presentata presso lo Sportello Unico per l’immigrazione, comporterà per lui un costo di 500€. Per stipulare nuovo un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri o regolarizzare un rapporto già in essere precedentemente irregolare, il cittadino straniero deve poter dimostrare la sua presenza sul territorio nazionale prima dell’8 marzo 2020, attraverso rilievi fotodattiloscopici, dichiarazioni di presenza o altre documentazioni valide.
Verranno rigettate le domande dei datori di lavoro che sono stati condannati in passato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o riduzione in schiavitù (articolo 600 del Codice penale), intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (articolo 603 bis del Codice penale) o se i lavoratori non saranno assunti in seguito alla regolarizzazione.
In questo primo caso l’esito positivo della domanda comporta il rilascio al lavoratore straniero di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il secondo percorso presentato nel DL del 19 maggio (Comma 2) invece prevede la possibilità per il cittadino straniero di presentare istanza ed autoregolarizzarsi qualora sussistano determinati requisiti, quali: l’aver lavorato in precedenza in uno dei tre settori di attività previsti dal Decreto, essere in possesso di un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, che non sia stato rinnovato o convertito in altro titolo di soggiorno e dimostrare la propria presenza sul territorio italiano prima del 8 marzo 2020, senza essere uscito poi dal territorio nazionale. L’esito positivo della domanda presentata alla Questura da parte di un lavoratore straniero dà luogo al rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo, della durata prevista di 6 mesi dalla presentazione dell’istanza. In questo caso il costo dell’intero procedimento è di 160€, a carico del cittadino straniero richiedente. Sono esclusi da questa seconda possibilità di regolarizzazione gli stranieri che sono stati toccati da un decreto di espulsione per motivi di sicurezza e ordine pubblico, quelli che sono stati condannati anche in via non definitiva per uno dei reati previsti dall’Articolo 380 del codice penale, per i delitti contro la libertà personale, per il traffico di stupefacenti, per lo sfruttamento della prostituzione, per il favoreggiamento dell’immigrazione o dell’emigrazione clandestina e saranno annullate le domande in cui si dichiara il falso.

Le domande dovranno essere presentate presso lo Sportello Unico o presso la Questura, a seconda che a presentarle sia il datore di lavoro o il cittadino straniero, dal primo giugno al 15 luglio, data prorogata ora al 15 agosto.

Diversi aspetti affrontati in questo primo testo normativo, del 19 maggio, trovano e troveranno integrazioni, chiarimenti e approfondimenti in decreti attuativi e circolari successive, ma già attraverso una presentazione parziale e sintetica di quelli che sono i contenuti principali di questa sanatoria, è possibile coglierne alcuni nodi critici. In primo luogo, se da un lato la possibilità di stipulare e regolarizzare un contratto di lavoro non già esistente apre la porta a nuove assunzioni, dall’altro lato pone dei rigidi paletti alla possibilità di autoregolarizzarsi, ad esempio stabilendo il requisito per il cittadino straniero richiedente di essere in possesso di un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, non rinnovato e non convertito.
La necessità di potersi regolarizzare concludendo un nuovo contratto, in uno dei tre settori esplicitati nel decreto, inoltre, esclude da tale possibilità tutti coloro che già stanno svolgendo un’attività lavorativa sicura in altri ambiti e, per questo, non possono accedere alla sanatoria a meno che non lascino un posto di lavoro sicuro per uno nuovo in uno dei tre settori, o che non riescano a trovare un secondo datore di lavoro disposto a concludere un contratto che consenta di rientrare nella sanatoria, compatibile con quello già in essere.
Un altro requisito paradossale è quello che invece richiede al cittadino straniero irregolare di provare la sua presenza in Italia dall’8 marzo 2020, che tende ad escludere tutte quelle persone che, per non rischiare di essere individuate, non l’hanno mai dichiarata. Basti pensare a coloro che lavorano come assistenti a domicilio, in una condizione quasi di “segregazione”. Non include quindi coloro che sono attualmente invisibili, non hanno possibilità di regolarizzare la propria posizione attraverso la sanatoria, e si trovano quindi condannati a rimanere incastrati nel mercato del lavoro sommerso e senza alcun riconoscimento formale.

Fondamentale è sicuramente in questa fase il ruolo di tutti gli enti e le associazioni che si interfacciano con migranti, che stanno svolgendo una funzione di supporto e informazione indispensabile, anche a distanza, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui le possibilità di recarsi in uffici o sportelli è limitata, di fronte a un testo legislativo che risulta di difficile comprensione alla maggior parte dei potenziali interessati. La presenza di punti di riferimento cui rivolgersi è inoltre di primaria importanza soprattutto perché il bisogno di regolarizzarsi può indurre qualcuno ad affidarsi alle mani sbagliate. Diverse associazioni, poi, si stanno muovendo per fare sì che, con l’obiettivo di combattere irregolarità e invisibilità, si riescano a includere nella sanatoria più beneficiari possibili.
Se ci fermiamo a riflettere sulla posizione occupata dai lavoratori immigrati oggi, non ci allontaniamo più di tanto da quello che scriveva Sayad, sociologo franco-algerino, alla fine del secolo scorso, rispetto agli emigrati-immigrati algerini che in Francia erano occupati come operai specializzati, che l’autore definisce “manovali a vita”. Loro stessi, nelle interviste trascritte dall’autore, affermavano: «Non sei assunto per quello che sai fare, ma per quello che sei. Non sei pagato per il tuo lavoro, per il lavoro che fai, ma per quello che sei. O sei un francese o sei un immigrato. Non è la stessa cosa, non è lo stesso lavoro, non è lo stesso salario». Lo stesso scenario si può notare in Italia, dove, indipendentemente dalle competenze, dal grado di istruzione, dal profilo giuridico degli immigrati stessi, questi riescono a inserirsi solo in quegli ambiti in cui gli italiani non vogliono più lavorare.

È proprio alla luce di questo ragionamento che ha senso chiedersi se questa sanatoria sia effettivamente uno strumento finalizzato a regolarizzare coloro che si trovano ad essere irregolari, condizione che peraltro è prodotta dalla normativa stessa sull’immigrazione, o se sia semplicemente un intervento di stampo economico.
Per riprendere le parole di Sayad: «Immigrazione e lavoro sono due stati legati consustanzialmente a tal punto che non si può mettere in discussione uno senza al tempo stesso mettere in discussione l’altro e senza mettere in discussione sé stessi».

Non possiamo che sperare che questo intervento, parziale e dalle maglie molto strette, sia solo il primo di altri provvedimenti più incisivi, che portino alla modifica della normativa italiana in materia di immigrazione, partendo in primo luogo dall’abrogazione dei cosiddetti Decreti Salvini, che, contrariamente all’intento dichiarato, hanno prodotto solamente insicurezza, precarietà e irregolarità.

Tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso Max Frisch, autore svizzero, scriveva: “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”, una sintesi perfetta per dimostrare quanto immigrazione e mondo del lavoro siano due aspetti inscindibili. È interessante però sottolineare che i soggetti cui si fa riferimento nella frase appena riportata, erano i nostri genitori e nonni, in un periodo in cui l’Italia non era ancora meta di immigrazione, ma terra di emigranti.

¹ Fondazione Leone Moressa è un istituto di studi e ricerche nato nel 2002 da un’iniziativa della Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre CGIA, specializzato nello studio delle fenomenologie e delle problematiche relative alla presenza straniera sul territorio. Allo scopo di diffondere la conoscenza del valore economico degli stranieri in Italia, la Fondazione Leone Moressa promuove la ricerca scientifica rivolta allo studio dell’immigrazione attraverso la raccolta e l’elaborazione di dati e informazioni sul fenomeno migratorio e sui rapporti multietnici.

Riferimenti Bibliografici/Sitografici

AMBROSINI, MAURIZIO, 2011 Sociologia delle migrazioni. Seconda edizione. Bologna, il Mulino.

D.L. 19 maggio 2020, Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID, Articolo 103.

Internazionale 12/05/2020 Quali misure prevede la bozza di sanatoria per migranti irregolari.

SAYAD, ABDELMALEK, 2002 La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore (ed. or. 1999, La double absence. Des illusions de l’émigré aux souffrances de l’immigré, Paris, SEUIL).