Un altro mondo è possibile! Manifesto

Quattro anni fa è nato il Festival dell’Antropologia. Il 2 giugno 2016, mentre Bologna si mobilitava per far fronte all’emergere di un discorso politico autoritario, reazionario, securitario e razzista, un gruppo di studentesse e studenti dell’università di Bologna ha deciso di resistere.

L’intenzione fin da subito è stata quella di creare, tramite un grande evento culturale, una rete di relazioni, di informazioni, di attivismo, di analisi e di partecipazione. Volevamo offrire un luogo in cui accademici, professionisti, studenti e semplici interessati potessero dialogare e arricchirsi vicendevolmente riguardo i grandi temi della contemporaneità.

Da allora, abbiamo sentito l’esigenza di continuare a progettare insieme un futuro diverso dal presente che ci è stato consegnato. L’esperienza del Festival dell’Antropologia non poteva esaurirsi.

Abbiamo così deciso di far dialogare i problemi che i saperi umanistici ci consegnano e le domande con cui inevitabilmente ci lasciano. Dall’antropologia alle scienze politiche, dalla storia al mondo della comunicazione fino alla filosofia, abbiamo discusso di periferie, di fenomeni migratori, di potere.

Però questo non basta. Il nostro non poteva e non può essere un evento fine a sé stesso. La critica doveva coincidere con la costruzione di una progettualità che fosse un processo performativo quotidiano.

Non vogliamo smettere di porci domande e indagare il presente.

Continuiamo a credere che il mondo – questo terribile, intricato mondo di oggi – possa ancora essere conosciuto, interpretato, trasformato.

Per questo ci siamo chiesti uno sforzo in più.

Non vogliamo più semplicemente affrontare la complessità cui ogni giorno cerchiamo di fare fronte, come gruppo, come associazione. Non vogliamo solo mettere in luce le problematiche, ma interpretarle come collettività. Vogliamo mettere in atto un esercizio collettivo di trasformazione, di mobilità. Mettendo in luce esperienze, pratiche, vissuti, vogliamo fare insieme lo sforzo di immaginare una risposta attiva, che non si definisce per contrarietà ma che si erge in positivo su un’immobilità data per scontata.

Quest’anno ci siamo chiesti se c’è qualcosa che tiene insieme le manifestazioni cilene, ecuadoregne, catalane, boliviane e tutte le altre che da qualche mese sono scoppiate e stanno scoppiando nel mondo. Ci siamo chiesti cosa spinga milioni di ragazzi e ragazze in tutto il mondo a manifestare per convincere i governi a occuparsi veramente dell’ambiente, della crisi climatica e del futuro di questo pianeta.

Sono esperienze così diverse che diventa difficile capirlo.

Tuttavia, il filo rosso tra questi movimenti sociali e politici sembra essere il rifiuto alla resa e la volontà di ricominciare a discutere, a riunirsi, a protestare e anche a lottare quando necessario.

Ai quattro angoli del globo, milioni di persone hanno urlato dissenso e rabbia, hanno mostrato i disagi causati dalle disuguaglianze, criticando inevitabilmente i limiti del sistema economico e mettendo in luce le conseguenze di una comunicazione superficiale e carica d’odio. Tutte sono nate a causa di esigenze diverse e necessità locali, come risposte attive alle ingiustizie. In seguito si sono infiammate e ampliate con richieste e rivendicazioni sociali che hanno risuonato a livello globale, permettendoci – di nuovo – di immaginare un altro mondo possibile.

Con loro ci chiediamo – vi chiediamo – di fare uno sforzo.

Lo sforzo di rendersi conto insieme di non essere destinati a mantenere e difendere una situazione statica, ma di poter compiere un atto di rivoluzione che coinvolga identità plurali e momenti di aggregazione collettivi.

Un atto di resistenza.

Per questo il tema del Festival di quest’anno è Resistenze. Per noi resistere non è qualcosa di passivo, ma un’azione politica, una scelta consapevole, posizionata e co-costruita. Non vogliamo così negare la presenza di un nemico, ma affermarci contro di esso con i nostri valori e le nostre pratiche: uguaglianza, inclusività, intersezionalità, la lotta per i diritti sociali e civili, la partecipazione, la difesa dei beni comuni.

L’anno scorso abbiamo scelto il tema del potere, osservandolo e mettendolo in crisi da più punti di vista come forza calata dall’alto; quest’anno vogliamo cambiare prospettiva e guardare ai processi che nascono dal basso, alle lotte quotidiane e rivoluzionarie che puntano a mettere in discussione quello stesso potere.

Crediamo che resistere sia, sotto ogni aspetto, l’azione politica che deve stare alla base del nostro agire quotidiano: il fondamento di una riflessione volta a ripensare il presente per costruire il futuro.

“Un altro mondo è possibile” non è uno slogan. È il nostro modo di resistere.