Piccola rassegna per riflettere sul COVID-19

di Federica Arenare e Marco Giacomazzi

Durante queste giornate di sovraesposizione informativa abbiamo rintracciato un filo rosso che accomuna molteplici riflessioni sulla crisi che stiamo vivendo.

Le parole chiave di questo filo rosso sono: normalità, globalizzazione, visibilità, alternativa.

Vogliamo quindi proporvi una piccola rassegna di contributi che secondo noi sono necessari per riflettere sulla crisi attuale. Questa riflessione però non va interpretata in maniera moralista, come se ci fosse una lezione da imparare o un’opportunità  filosofica da non lasciarsi scappare. Questa situazione deve essere, secondo noi, occasione – nel senso di possibilità, di circostanza, di momento adatto per – di riflettere su come siamo arrivati fin qui.

Ci sono infatti secondo noi una serie di condizioni – specificatamente culturali, politiche, sociali – che si manifestano intorno al dilagare del virus. E queste condizioni – o forse contraddizioni – stanno venendo fuori.

Non che tutto questo sia qualcosa di positivo, non fraintendiamoci. In quello che sta succedendo, in questa crisi, non c’è niente di positivo. Si sta rendendo però visibile  qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Qualcosa che non riuscivamo più a vedere. Ed è quanto mai necessario cercare di anticipare le conseguenze che verranno.

Vi proponiamo quindi un esercizio. Provate a seguirci tra filosofia, sociologia e geopolitica. Provate a rintracciare con noi quelle quattro parole  chiave, e perché è necessario contestualizzarle.

Nota bene: la piccola rassegna che segue è assolutamente arbitraria. Non ci sono legami di necessità tra gli articoli che abbiamo scelto, e i salti tra uno e l’altro potranno apparire lunghi, brevi, azzeccati, banali, inventati o immotivati. Autrici e autori degli interventi citati non hanno preso parte del processo di scrittura, e potrebbero essere completamente in disaccordo con quello che scriviamo. Vi chiediamo la fiducia di seguirci in questo percorso.

1) Cambiare si può.

Il primo passo per seguire il filo rosso di questa rassegna è ascoltare quello che dice Lorenzo Marsili su cheFare: il primo passo, se ancora non l’abbiamo fatto, è convincerci che cambiare è possibile. Da qui, e solo da qui, possiamo iniziare a riflettere su quello che sta succedendo. Marsili si chiede, infatti, se l’attuale e inaspettato cambiamento nelle nostre abitudini non possa essere “un’occasione per prendere finalmente in mano le grandi sfide del nostro tempo e cambiare tutto”: sta parlando della precarizzazione del lavoro, dell’insufficiente attenzione all’istruzione pubblica, dei tagli ai servizi della sfera pubblica, dei lavori di cura, della crisi climatica. Nelle parole dello stesso Marsili: “Senza giri di parole: la ridistribuzione della ricchezza, l’equa tassazione, la chiusura dei paradisi fiscali e l’ampliamento dello stato sociale sono ora una questione di sicurezza nazionale”. Quel cambiamento che prima veniva venduto come pura utopia ora si manifesta come realizzabile.

A mo’ di provocazione, ci viene in mente quel messaggio di Delight Lab che solo lo scorso autunno torreggiava su Santiago del Cile: “non torneremo alla normalità, perché proprio la normalità era il problema”. Ma in che senso la normalità era il problema? Cosa c’entrano le proteste cilene contro il sistema neoliberista con la crisi del Covid-19? Forse niente: ci rendiamo conto di stare mettendo insieme ragioni locali e internazionali. L’Italia non è il Cile, e ogni regione del mondo risponde a logiche e problematiche specifiche, seguito di sviluppi storici e politici molto diversi tra loro. E allora perché l’autrice e l’autore di questa rassegna hanno associato i due fenomeni?

Per dare ragione dell’associazione ci rifacciamo al progetto Pirate Care sul sito della ricerca collettiva Into the black box:  si tratta di “Una crisi combinata di cura, lavoro e ambiente”: “Negli ultimi decenni, lo sviluppo capitalistico ha privatizzato, definanziato e sottovalutato la missione pubblica dei sistemi sanitari in tutto il mondo. Ha ceduto alle forze del mercato molti altri aspetti istituzionali e non istituzionali della riproduzione sociale, come la pulizia, la cucina, la cura dei bambini, l’assistenza agli anziani e l’istruzione.”

In questo senso parliamo di “normalità”: eravamo abituate e abituati a un sistema che mettesse in prima linea il profitto, la crescita. Di fronte alle domande incessanti di chi chiedeva una decrescita umana, un’attenzione verso i bisogni e le necessità dei più deboli, è sempre stato messo il complesso degli interessi. L’unica necessità era quella di crescere. A chi dice che non è stato il capitalismo a generare il virus, possiamo rispondere: il capitalismo è la ragione per la quale non abbiamo avuto i mezzi materiali, gli strumenti concettuali e le strategie organizzative per affrontare questo momento.

2) Non torneremo alla normalità.

E non lo sosteniamo solo noi: possiamo leggere chiaramente le parole di Mariana Mazzuccato, professoressa di economia allo University College London, che su Rep: ci spiega i danni dell’intervento dell’impresa privata nella vita pubblica; i danni di privilegiare, anno dopo anno, l’interesse dei privati su quello che abbiamo forse avuto troppa paura di chiamare bene pubblico. Mazzuccato prosegue elencando una serie di soluzioni concrete che i governi,  – lo  stato che a lungo è stato messo “sul sedile posteriore” dalle imprese, e che adesso non ha gli strumenti per affrontare crisi di questa portata –  dovrebbero intraprendere per affrontare le conseguenze di ciò che verrà. E non attraverso le strategie usate fino a ora, ma mettendo davanti agli interessi e al profitto la collettività, la comunità.

Ci teniamo a precisare che non stiamo facendo riferimento a misure utopistiche o prese di posizioni ideologiche. Sull’inevitabilità delle ideologie ritorneremo un’altra volta: il punto, adesso è rendersi conto che anche il sistema in cui stavamo vivendo non era post-ideologico. La collettività, a furia di tagli e manovre finanziarie, si è convinta di avere il dovere di garantire la crescita. Ma tra speculazione finanziaria ed economia reale ci sono concetti che non sono meramente ideologici: la sostenibilità dei processi produttivi, la garanzia offerta dai corpi intermedi, i costi umani dell’irrinunciabile progresso. Sono conseguenze fin troppo reali. La sostenibilità della mentalità imprenditoriale è sempre stata l’unica utopia.

Ci permettiamo di sostenere che il primato dell’impresa privata sia lo stesso motivo per cui abbiamo avuto bisogno – sic. – di filantropi che finanziassero il servizio sanitario nazionale, legittimando così ancora una volta il potere di pochi privati su un pubblico in ginocchio. La solidarietà non dovrebbe essere uno sfoggio straordinario del proprio privilegio, ma un principio fondamentale del vivere comune.

3) La crisi ha reso visibile ciò che non eravamo più abituat* a vedere.

Infatti, così come la crisi ha reso evidenti le contraddizioni e i limiti del sistema sanitario nazionale, tutti gli interventi citati in precedenza non esitano a menzionare gli altri settori in cui la pandemia ha rivelato le stesse contraddizioni. E ne abbiamo un’idea anche noi: quando Giuseppe Conte spiega in maniera didascalica agli italiani come si fa un packaging in plastica e “si augura che il giorno dopo non ci siano scioperi” – sic. – sta facendo un’operazione enunciazionale particolare. Sta prendendo una posizione, una prospettiva, che silenzia le condizioni di molte italiane e molti italiani.

Perché scioperano? Viene spontaneo pensare alla necessità di avere quei “beni essenziali” sugli scaffali dei supermercati, e questo è indubitabile. Perché allora i lavoratori scioperano, si chiederanno quindi gli italiani sintonizzati. Vogliono forse mettere l’intera nazione alla fame?

Leopoldo Tartaglia, in un articolo pubblicato su Labor Notes ritrae la situazione dei lavoratori italiani che al momento stanno lottando nelle fabbriche del nostro paese: sapevate che hanno dovuto scioperare per avere l’igienizzazione degli ambienti lavorativi e per ottenere i dispositivi di protezione individuale?

Tartaglia conclude l’articolo sostenendo l’impossibilità di un ritorno alla “normalità”.

E su questo non possiamo che concordare. Non possiamo più non vedere: la crisi ha reso visibile la filiera produttiva e la rete sociale che garantisce i servizi fondamentali per la collettività. Non è che prima non ci fossero, ma prima non erano sotto gli occhi di tutte e di tutti, per colpa di quella cosa che si chiama globalizzazione. La possibilità che abbiamo davanti agli occhi è quella di chiederci di nuovo come i beni arrivino sui nostri scaffali, e renderci conto dell’incredibile rete di persone, lavoratori e lavoratrici che rendono questo processo possibile. Che dietro alla società dei consumi c’è una società. Di nuovo, cerchiamo di non frainterderci: sappiamo di non stare dicendo niente di nuovo, che le lotte per i diritti di lavoratrici e lavoratori non si sono mai fermate. Adesso, tuttavia, ci stiamo collettivamente – tutto il paese, se non tutta l’Europa, se non oltre – interessando del destino di questa rete, delle garanzie che la rendono possibile, dei rapporti di forza che la modellano. E questa è la vera occasione da non lasciarsi scappare.

Come ha detto Niccolò Porcelluzzi sull’ultimo numero di Medusa, “Abbraccio”: “Siamo partiti per un viaggio. Ne ignoriamo durata e destinazione. Sbatti il sacro dalla porta, e quello rientra dalla finestra: c’è una parola che esaurisce quello che sta succedendo, a livello individuale e collettivo. Iniziazione. Ogni gruppo sociale, nel passato e nel futuro, ha codificato il suo rito di iniziazione. L’esperienza del sacro è l’esperienza di una rottura: cambia la lettura della nostra storia, sconvolge le abitudini e riassesta le priorità. Stiamo vivendo il primo viaggio iniziatico che abbraccia miliardi di esseri umani, e riuscire a viverlo nella consapevolezza è una questione di classe. Sbatti il materialismo storico dalla porta, e pure quello rientra dalla finestra”.

4) Le conseguenze ci saranno, e se non cambiamo saranno amare

Che cosa ci attende quindi?

Per quanto possa necessitare l’attraversamento di negazione, depressione e accettazione, le cose non torneranno alla normalità. È per questo che dobbiamo esigere una normalità più equa di quella di prima.

È indubitabile che questa crisi avrà effetti disastrosi per l’economia. Ma come spiega egregiamente Alessandro Somma su MicroMega  tutto dipende dalle decisioni che verranno prese dalle comunità politiche, che “conoscono efficaci meccanismi di redistribuzione delle risorse: dalle persone e dai territori ricchi alle persone e ai territori poveri. Meccanismi solidali, non sottoposti a un regime di condizionalità buono solo ad attribuire ai mercati il compito di disciplinare quelle comunità”.

Se c’è una maniera in cui potremmo pensare di uscire dignitosamente dalle conseguenze dell’interruzione così brusca dell’attività dei mercati, questa maniera è unicamente quella unitaria e collettiva. Le vecchie risposte non sono adatte alla nuova crisi. Noi, come cittadine e cittadini, come europee ed europei, non possiamo aspettare passivamente che si realizzino soluzioni promesse, ma impraticabili. Bisogna richiedere delle decisioni, anche formali, che smettano di mettere al primo posto il profitto.

Come illustra anche Fabrizio Maronta su Limes ci sono le premesse per mettere in discussione il paradigma liberista, e auspicarsi un ritorno forte da parte dello stato nella vicenda economica. Tuttavia, dobbiamo prima esigere un cambiamento: “Ad architettura filosofico-fiscale corrente, un importante ritorno dello Stato a garanzia dell’equità e tenuta dei sistemi economici e sociali è impraticabile. Perché implicherebbe (implicherà) la sconfitta dell’ordoliberismo tedesco e della relativa “austerità” contabile. E perché esige un coordinamento politico inedito, essendo la politica economico-fiscale – cioè l’azione dei governi, […] – l’unica in grado di arrivare dove l’azione delle banche centrali non può più”.

Che cosa significherebbe quindi tradurre la crisi in modelli alternativi? Molte autrici e molti autori già citati – o ancora da citare – sostengono che questo momento sia di assoluta novità. Non c’è una forma a quello che stiamo vivendo, un set di istruzioni pre-fabbricato. Questo è il terreno perfetto per l’invenzione. Però è giusto sottolineare che la riflessione comune e l’immaginario non sono sufficienti senza la prassi. Così come stiamo chiedendo alle nostre e ai nostri operai, operaie, medici, cassiere, cassieri, trasportatori e trasportatrici uno sforzo, anche noi dobbiamo fare uno sforzo. Non solo quello di credere che un mondo diverso sia possibile, ma richiederlo con forza alle istituzioni e a chi detiene il potere decisionale.

All’interno del panorama americano, Soomi Lee docente in Amministrazioni pubbliche al’università di La Verne, California,  sostiene ad esempio che l’unica risposta accettabile a questa crisi sia un reddito universale garantito: “it has been shown in pilot programs around the globe over the last five years that UBI (Universal Basic Income, ndr.) recipients report a greater general sense of well-being and economic security. At a time of societal stress like the current pandemic and its aftermath, that may prove especially valuable”. Non è una soluzione molto diversa dall’appello lanciato su DinamoPress da una rete di case editrici e realtà culturali, ovvero la richiesta di un “reddito di quarantena”.

Siamo forse di fronte alla transizione verso modelli di consumo sostenibile? È quello che si augura Maurie J. Cohen, docente di Science, technology and society: “While it may seem both fanciful and insolent, COVID-19 is an opportunity to reduce over the longer term the prevalence of lifestyles premised on large volumes of energy and material throughput”. Tuttavia, ci avvisa Cohen, dobbiamo anche aspettarci che ci sarà richiesto da governi e imprese di ritornare alla “normalità” di cui parlavamo in origine, e che il regime di distanziamento sociale ci porti a prendere scelte di consumo ancora più individualizzate.

Dopotutto, a seguito dell’esplosione delle bolle finanziarie del 2008, le cose non si sono messe così bene per il mondo. Perché questo dovrebbe essere un momento di svolta rispetto al 2008? Quella volta è stato sufficiente il sistema finanziario a scatenare una crisi globale, senza l’aiuto di un virus altamente contagioso, e le conseguenze le viviamo ancora oggi: la crisi economica ha fatto risorgere nazionalismi in tutto il mondo, portandoci ad accettare collettivamente l’inaccettabile ritorno dei fascismi.

Tuttavia, come dice il sociologo William Davies sul TheGuardian:  “The last global crisis didn’t change the world. But this one could”. Non sappiamo come andrà a finire. Il punto essenziale – nonché etimologico – delle crisi è che non se ne conoscono gli esiti, sostiene Davies. Certo continua a non buttare bene: una delle poche cose che questa crisi non riesce a fermare, osserva il sociologo, è la crescita incessante dei giganti delle piattaforme.

Noi crediamo però che la crisi del 2008 fosse interna al sistema finanziario, e la linea che la collegava con le sue disastrose conseguenze si sia persa nell’eco del ritorno dei fascismi. Non siamo di fronte alla crisi del capitalismo. Siamo di fronte al suo funzionamento normale. Il filo rosso dovrebbe portarci a riflettere su questo: le cose stanno andando esattamente come dovrebbero in un sistema capitalista, assolutamente inadatto a prendersi cura del bene pubblico, del bene delle persone.

Oggi la crisi è sanitaria. Le conseguenze di quel capitalismo sfrenato, del mettere i profitti di fronte alle persone si vedono nelle sfere più intime della vita: non possiamo prenderci cura di chi sta male,  siamo costretti a vedere persone morire. I problemi non riguardano più gli altri, ma riguardano noi stessi. Certo, non possiamo ignorare le migliaia di persone che persero il lavoro dopo il 2008, o le sconvolgenti ondate di suicidi che ne seguirono. Ma il contraccolpo della crisi è proprio quello che dobbiamo evitare.

5) Un altro mondo è necessario

Oggi, le contraddizioni di un sistema economico costruito per produrre ineguaglianze sono messe a nudo all’improvviso, in un ambito che non può essere negato a nessuno: quello della cura, della sanità. E la comparsa di queste contraddizioni, unita all’urgenza del dover affrontare ciò che ne seguirà – a livello organizzativo, economico, sociale e politico – è il punto finale della nostra piccola rassegna, ma di partenza per la prassi politica.

Come sostiene Bruno Latour, è solo quando un dispositivo si rompe che se ne possono analizzare le inscrizioni. Questo è il momento giusto per aprire la scatola nera.

Da qui, quindi, possiamo partire. Partire a farci delle domande che non ci facevamo da vent’anni. Chiederci di nuovo, e insieme, perché quel particolare pacchetto di cereali è sullo scaffale del supermercato per il quale facciamo così a lungo la fila. Come ci sia arrivato. Quali persone fanno parte di quella filiera produttiva che lo porta lì. Quali lotte combattono. Quanti e quali tipi di sfruttamento prevede quella stessa filiera: umano, non umano, ambientale.

Se un’alternativa ancora non l’abbiamo trovata, adesso sappiamo che “un altro mondo” non è solo possibile: è anche necessario.