Piccola rassegna per riflettere sulla ripartenza

Lo slogan scelto dalla regione Lombardia per "inaugurare" la Fase 2.

di Federica Arenare e Marco Giacomazzi

Vi proponiamo una piccola rassegna di contributi, secondo noi necessari per riflettere sulla crisi che stiamo vivendo: periodicamente cerchiamo di rintracciare, all’interno del caos informazionale che ci sommerge, un filo rosso per permetterci di capire quella stessa crisi.

Le parole chiave di questa settimana sono: lavoro, ripartenza, sostenibilità e dignità.

Questa settimana vogliamo riflettere sulla “Fase 2” a partire dal video promosso dalla regione Lombardia sulle sue pagine social lo scorso 29 aprile. Perchè se l’autonomia delle regioni sta giocando un ruolo fondamentale nella definizione delle misure di gestione della pandemia, allora la comunicazione delle stesse regioni ci può dire molto sulle direzioni che queste hanno intenzione di intraprendere, nonché dei valori alla base della loro politica.

Questa riflessione però non va interpretata in maniera moralista, come se ci fosse una lezione da imparare o un’opportunità  filosofica da non lasciarsi scappare. Questa situazione deve essere, secondo noi, occasione di – nel senso di possibilità, di circostanza, di momento adatto per – riflettere su come siamo arrivati fin qui.

Ci sono infatti una serie di condizioni – specificatamente culturali, politiche, sociali – che si manifestano intorno al dilagare del virus. E queste condizioni – o forse contraddizioni – stanno venendo fuori.

Non che tutto questo sia qualcosa di positivo, non fraintendiamoci. In quello che sta succedendo, in questa crisi, non c’è niente di positivo. Si sta rendendo però visibile  qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Qualcosa che non riuscivamo più a vedere. Ed è quanto mai necessario cercare di anticipare le conseguenze che verranno.

Nota bene: la piccola rassegna che segue è assolutamente arbitraria. Non ci sono legami di necessità tra gli articoli che abbiamo scelto, e i salti tra uno e l’altro potranno apparire lunghi, brevi, azzeccati, banali, inventati o immotivati. Autrici e autori degli interventi citati non hanno preso parte del processo di scrittura, e potrebbero essere completamente in disaccordo con quello che scriviamo. Vi chiediamo la fiducia di seguirci in questo percorso.

1. Pronti, partenza…

Questa settimana vogliamo partire dal video propagandistico con cui la regione Lombardia ha deciso di esprimere tutta la fretta possibile per la fantomatica ripartenza. Mentre ci apprestiamo a fornire una interpretazione personalistica e lievemente rancorosa del video, vogliamo ricordare un paio di assiomi appartenenti al mondo della comunicazione: il primo è che ogni atto di comunicazione è una scelta. Quando si produce un messaggio, un testo, un video, non esiste spontaneità, ma solo strategia: non possiamo accettare che una parola proferita, una fotografia scattata e mostrata, uno slogan eletto a simbolo di una regione siano qualcosa di spontaneo. Sono il frutto di una scelta, un’intenzionalità specifica. Il secondo assioma è che, proprio perché il primo è vero, ogni scelta lascia fuori qualcosa; ogni affermazione in qualche maniera nega ciò che si esclude. Questo può essere più sfumato in forme di comunicazione più articolate, come un dibattito, un’argomentazione, l’esposizione di una posizione controversa, un discorso ufficiale; ma è assolutamente evidente nei messaggi propagandistici che, sull’altro lato della loro efficacia mostrano un’incredibile debolezza contestuale.

Per questi e altri motivi crediamo che la regione Lombardia non volesse esprimere solidarietà nei confronti dei suoi morti, non volesse affatto mettere in luce le difficoltà a venire e infondere speranza nei suoi cittadini. Quello che questo video esprime è la ricerca di riacquisire una legittimità politica, lo scarico delle proprie colpe sul virus, e la riaffermazione di ciò che per loro vale: la ricchezza. Una ricchezza che, a partire dal video, non è strumentale alla creazione di posti di lavoro per chi lo ha perso, non vengono menzionati incentivi per chi è in difficoltà: anzi! È stata necessaria una catastrofe per fermare la macchina produttiva lombarda, e far cambiare le abitudini ai cittadini. Di fianco alla nonna che spende le candeline su zoom infatti, è stato scelto di mostrare un rider che rischia la propria salute pur di portare a chi è abituato a mangiare da asporto il proprio pranzo.  Per carità, non abbiamo niente contro la ristorazione e siamo perfettamente consapevoli delle problematiche a cui interi settori – tra cui quello turistico – andranno incontro nella prossima stagione.

Ma non è questo quello che il video ci mostra. Ciò che viene messo in mostra è la peggiore parodia dei first world problems, dove si piange la ricchezza per il privilegio che essa comporta, e non il lavoro per ciò a cui dovrebbe servire. Non si sono scelti lavoratrici e lavoratori in difficoltà, professionisti e professioniste in partite iva abbandonati a loro stessi. Ma soprattutto non si è mostrata l’intenzione di garantire il lavoro in massima sicurezza: quando si dice che “adesso è il tempo di ripartire […] ricordando ciò che abbiamo imparato” mentre un’operatrice sanitaria si mette la mascherina non vuol dire ammettere di aver compreso i limiti di mettere la produzione di fronte al benessere delle cittadine e dei cittadini.

“Ci siamo accorti di cosa abbia veramente valore” mentre vengono mostrati anziani e famiglie è una scelta che denota una scarsissima sensibilità e pochissimo tatto. Non ci si assume alcuna responsabilità, anzi: “per questo ci siamo fermati” significa che per accorgersi di cosa abbia davvero valore è stato necessario che morissero migliaia di persone! È la distopia che si fa propaganda. Potremmo anche condividere l’idea di “tornare a lavorare per il futuro” mentre si mostrano macchine assemblatrici all’interno di una fabbrica, se non fosse che giusto appena prima ci si era resi conto di che cosa avesse davvero valore. Ma, d’altronde, la faccia è salva, visto che gli 82 milioni di euro sono stati spesi per “ringraziare” gli operatori sanitari coinvolti nella lotta contro il virus. Forse, il vero ringraziamento sarebbe la creazione di un sistema che mettesse i lavori di cura e orientati al benessere sociale al primo posto.

Tralasciando il fatto che questo video propagandistico è un insulto ai morti e ai loro familiari, “Pronti. Partenza. Lombardia” è lo slogan di chi ha fretta di uscire, partire, correre, senza minimamente preoccuparsi di chi è rimasto indietro o di chi ci rimarrà.

Poster realizzato da Testi Manifesti in occasione del Primo Maggio, festa internazionale dei lavoratori

2. Che cosa vuol dire “ripartire”

Quindi, che cosa stiamo implicando noi quando scegliamo di muovere queste critiche? Che siamo contrari alla ripartenza del sistema produttivo? Che vogliamo vedere l’Italia fallire e che non comprendiamo che se non facciamo ripartire la macchina produttiva in fretta andiamo incontro a danni economici che ci porteremo dietro per decenni?

Niente di tutto questo. Tuttavia, anche in politica non esistono scelte spontanee. Ogni mossa implica una scelta, che include alcune priorità e ne esclude delle altre.

Un conto è far ripartire, con le giuste tempistiche, un sistema che permette a cittadine e cittadini di arrivare a fine mese. Un conto è mettere in moto delle misure che cerchino di ridurre il costo e l’impatto economico che la crisi Covid-19 avrà sulla nostra infrastruttura sociale. Evitare che a pagare siano sempre gli stessi.

Questa è una ripartenza che ci vedrebbe coinvolte e coinvolti.  Una ripartenza che ci possiamo augurare. Perché dovremmo voler uscire di casa, se là fuori c’è ancora un rischio per la salute di molte e molti?

Come possiamo leggere su Valigia Blu, “Molti ricercatori – si legge nell’articolo della rivista scientifica – concordano sul fatto che dovrà essere un percorso graduale di tipo “euristico”, “prova e sbaglia“, durante il quale i governi – che tengono in considerazione diversi elementi come la salute dei cittadini, le libertà individuali e il costo economico – dovranno essere in grado di fare un passo indietro verso misure più severe qualora fosse necessario.” 

Interpretare la “Fase 2” come un “liberi tutti”, o come il segnale di essere pronti a ripartire, è sbagliato e irresponsabile.

Significa ingannare i cittadini, e promettere loro una luce fuori dal tunnel che forse non siamo pronti a progettare. Significa nascondersi dietro uno slogan, quando ciò che continua a mancare è la capacità di progettare sul lungo periodo.  

“La cautela nelle “riaperture” richiesta ai diversi paesi si inserisce nel contesto globale sanitario che resta ancora critico: i casi di nuovi infetti segnalati all’OMS sono arrivati a più di 2 milioni e ottocentomila, con oltre 190mila morti. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che ci sono «tendenze differenti in diverse parti del mondo e persino all’interno degli stessi Stati. La maggior parte delle epidemie nell’Europa occidentale sembra essere stabile o in calo. Sebbene i numeri siano bassi, ci sono preoccupanti tendenze al rialzo in Africa, in Centro e Sud America e in Europa orientale. La maggior parte dei paesi è ancora nelle prime fasi delle loro epidemie. E alcuni, che sono stati colpiti all’inizio della pandemia, stanno iniziando a vedere una rinascita nei casi».”

Massimo Franchi, sul Manifesto, ci spiega: “Il mondo alla rovescia, dove lavorare fa rima con rischiare. Lunedì torneranno al lavoro 4,4 milioni di persone. La maggior parte però nelle regioni più a rischio, a farlo saranno naturalmente le categorie più a rischio – gli over 50 – mentre coloro che sono più a rischio povertà rimarranno a casa, mentre come al solito le più penalizzate saranno le donne. La stima è del Centro Studi dei Consulenti del lavoro utilizzando dati Istat. La ripresa delle attività produttive «si concentrerà proprio nelle aree più interessate dal Coronavirus»: ben 2,8 milioni di lavoratori al Nord, pari al 64 per cento del totale.”

3. Ripensare il lavoro

Come abbiamo già cercato di affermare nelle precedenti Piccole rassegne, ciò che questa epidemia ci ha mostrato è il fatto che il capitalismo non sia un sistema sostenibile.  Il progresso determinato da un profitto illimitato non è sostenibile a lungo termine, le risorse – non solo quelle umane – non sono infinite. Ragionare in termini di profitto è stata una delle principali ragioni che ci ha portato a dover affrontare il virus in queste condizioni.

Non si tratta solo dei mancati finanziamenti alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, di un welfare pubblico in recessione e di un limitato potere statale rispetto all’iniziativa dei privati. Si tratta anche di ripensare le forme di lavoro e di reddito, come ad esempio quello dell’UBI.

Come dimostrano infatti  gli interventi appena citati, sono moltissime le proposte affiorate in questi ultimi anni a proposito di questi strumenti innovativi. Ci sono realtà che si impegnano a dimostrare la possibilità di  sistemi cooperativi, associativi, organizzati dal basso.

Non si tratta di trovare soluzioni universali, ma alternative possibili. Le condizioni di lavoro precarizzate, il rischio per la salute dei lavoratori, l’illegalità dei contratti sono realtà con cui una grossa fetta della popolazione faceva i conti da ben prima dell’arrivo del virus.

Le misure relative alla ripresa del lavoro durante la “convivenza” con il virus sono state fin qui gestite in maniera uniforme dai protocolli nazionali. Verranno ora riviste e adattate da ciascuna regione sulla base delle sue necessità, ma quali sono i criteri con i quali queste decisioni verranno prese? Quali sono le priorità chestanno dietro alle decisioni organizzative, logistiche della riapertura dei sistemi produttivi?

Ogni scelta è il prodotto di una presa di posizione politica. Gli italiani non sono ingenui, e dire loro che la priorità è ripartire, produrre e fatturare significa dire loro che la loro vita vale meno del fatturato di una regione.

L’idea del “tornare ad una “nuova normalità”, a “lavorare per il futuro” proposta il 29 aprile sulle pagine social della regione Lombardia, con quasi una settimana di anticipo al – già prematuro per molt* – 4 maggio, non può che lasciarci attonite, attoniti, spaventate e spaventati.

Chiudiamo quindi condividendo l’appello “Ora A Casa Restateci Voi”, nato in ambito accademico, artistico e culturale, che oltre a fornire un resoconto dettagliato delle mancanze, delle scelte irresponsabili e delle menzogne che sono state diffuse in  questo periodo, si impegna a proporre un’azione dal basso e chiedere le dimissioni della classe dirigente lombarda.

Perché il nostro vero nemico non è chi fa jogging al parco, ma chi ci costringe a lavorare senza metterci in sicurezza. Ci cerca di convincerci che l’importante è ripartire, a qualsiasi costo.